giovedì 11 giugno 2009

Gheddafi a Roma.....


"Allah e' grande gheddafi il suo profeta..."




cccp fedeli alla linea



Il partitismo è l'aborto della democrazia. Se il popolo italiano me lo chiedesse, io darei il potere al popolo italiano, annullerei i partiti".
"Quale differenza c'è tra l'attacco degli americani nel 1986 contro le nostre case e le azioni terroristiche di Bin Laden?"

Gheddafi: "Usa come Bin Laden
Partitismo aborto della democrazia"


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intesa Italia-Libia

Ci sono un paio di episodi che servono a far comprendere l’odio per il colonialismo di Gheddafi e il suo oltanzismo nel richiedere la riparazione dei danni di guerra provocati dall’Italia. Il primo lo riguarda direttamente: è l’esplosione di un residuato bellico, una mina - quasi sicuramente italiana - a Sirte che uccise due suoi fratelli e lo ferì gravemente. Il secondo - più recente - è del 2003 - avvenne quando Gheddafi mostrò a un Berlusconi, molto impacciato, le foto di insorti libici impiccati dai conquistatori italiani.
La questione dei danni di guerra si trascina da decine di anni e sembra aver trovato soluzione solo con l’entrata in vigore del «Trattato di amicizia e collaborazione» firmato il 30 agosto del 2008, preparato dal governo Prodi. Con il Trattato l’Italia si è impegnata a pagare 5 miliardi di dollari in 25 anni come risarcimento per il passato coloniale. E a costruire una autostrada da Bengasi a Tripoli, con possibile prolungamento fino all’Egitto e alla Tunisia: una buona occasione di lavoro per le molte imprese italiane che operano nel settore delle infrastrutture. Gli stessi accordi prevedevano per l’Eni (i cui primi contatti con la Libia furono avviati da Mattei nel 1957) un prolungamento delle concessioni in Libia per altri 25 anni.
L’Italia è il primo partner commerciale (almeno fino a tutto il 2007) della Libia. Ovviamente il saldo dell’interscambio è fortemente sbilanciato a favore di Tripoli ed è in crescita soprattutto in questi ultimi anni per il forte aumento delle quotazioni del petrolio e del gas. Il deficit italiano che era di 11,253 miliardi di di euro nel 2006 è stato di oltre un miliardo nel 2007, mentre nel primo semestre 2008 è balzato a 7,540 miliardi. Da tenere presente che le esportazioni di petrolio e gas naturale rappresentano per la Libia il 95% dell’export totale. Nonostante il forte passivo, nei primi 6 mesi dello scorso anno l’export italiano ha registrato una forte crescita (+49,4% contro il 39% delle importazioni da Tripoli).
La Libia non sembra conoscere la crisi economica globale: tra il 2008 e il 2012 - secondo il piano quinquennale è prevista una crescita media annua del Pil dell’8,6% annuo e la discesa del prezzo del petrolio non sta influendo più di tanto sui programmi di sviluppo del paese. Che, dopo la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con gli Usa e la Ue, è diventato estremamente appetibile per gli investitori stranieri. Soprattutto nel settore degli idrocarburi, delle infrastrutture, ma anche in quello bancario. Questo significa che l’Italia - che per anni è stato interlocutore privilegiato - si fa minacciosa la concorrenza. Ma in questo momento l’Italia è ben coperta.
Secondo l’ultimo rapporto (è del maggio scorso) dell’Ufficio di Tripoli dell’Ice la presenza italiana in Libia è fatta di 101 aziende. E il piatto è molto ricco: l’ultimo piano quinquennale destina 35 miliardi di dollari per attivare investimenti nei settori non petroliferi. Quindi non solo petrolio. Non a caso sono molte le imprese italiane che vorrebbero partecipare all’ammodernamento dei porti. Della flotta da pesca e mercantili; delle strutture turistiche (compresi i siti archeologici importantissimi e i 14 musei che si vogliono ristrutturare o creare ex novo). Altri settori di grandi investimenti sono quello dei trasporti (è prevista una linea ferroviaria parallela all’autostrada) e delle telecomunicazioni perché - scrive l’Ice - «le linee telefoniche sono spesso intasate». Insomma, c’è una rete sottostrutturata.
tratto dal manifesto intesa Italia-Libia">
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